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La Libridinosa|Cosa fai nella vita?|Leggo!

Questione di Incipit #10

L’Incipit è l’arte di iniziare un libro talmente bene da costringere il lettore a proseguire la lettura!
Solitamente, l’Incipit è costituito dalla righe iniziali di un libro, diciamo pure la prima frase. Io, invece, ho deciso di andare un po’ oltre e riportarvi qui la prima pagina di un libro (solitamente quello che sto leggendo).

L'incipit di quest'oggi è tratto, come sempre, da libro che ho in lettura in questo momento:

Sto bene. E' solo la fine del mondo

di

Ignazio Tarantino

1

La fine del mondo, così come lo conoscevo, iniziò la sera del 23 novembre 1980.
Quella domenica il Cristo del Sacro Cuore fece di tutto per avvertirmi che stava per succedere qualcosa di tremendo, ma io non gli diedi retta. Inchiodato sulla parete in fondo al corridoio, dentro una cornice ovale di legno coronata da un complicato e funereo intreccio a tralcio di vite, era la prima cosa che si vedeva entrando in casa. Una piccola lampadina rossa, che restava sempre accesa, lo illuminava dal basso, e al buio il Sacro Cuore pulsava dei suoi riflessi spettrali. A seconda del punto di osservazione, il Cristo assumeva un'espressione sempre diversa, sorridente, incupita, estatica. Ma per lo più aveva l'aria di osservare tutto, me, la casa, la mia famiglia, con un sorriso confuso, come se assistesse a uno spettacolo di cui non capiva la trama. Quando faceva quella faccia, era la copia esatta di un uomo che avevo visto in un'immagine dell'enciclopedia universale, seduto su un prato di fianco a una bella ragazza e intento a succhiare qualcosa da un tubicino a spirale che terminava in una specie di lampada di Aladino. La didascalia sotto l'immagine diceva: giovani hippy al festival di Woodstock. I capelli lunghi, la barbetta incolta e il vestito colorato con i raggi dorati erano identici.
Mia madre era una sua fan accanita. Qualunque cosa accadesse, bella o brutta, gli si piazzava davanti, si faceva il segno della croce e gli mandava un bacio appassionato. La terza parola che mi insegnò dopo <<mamma>> e <<papà>> fu <<Cristo>> e a cinque anni sapevo già tutto sul ministero della trinità e sui sacramenti. Anche mio padre gli si rivolgeva spesso, ma con un altro tono. Sembrava che ce l'avesse a morte con lui e io proprio non capivo perché. Forse gli davano fastidio tutti quei baci che gli mandava mia madre oppure quel suo modo di guardarci dall'altro, quella sua posizione elevata. In ogni caso l'impegno e la fantasia che ci metteva nell'inventare sempre nuovi insulti da mandargli erano stupefacenti. E quando partiva e si lasciava prendere dall'ispirazione, non risparmiava nemmeno la Madonna, i santi e neppure il demonio, che in realtà avrebbe dovuto essere dalla sua parte. Con tutti quei nemici nel mondo ultraterreno era ovvio che la mia famiglia fosse segnata dalla sfortuna.
Ora Valerio, il bestemmiatore, mio padre, era seduto sul divano in soggiorno. Il suo posto era esattamente di fronte allo schermo del televisore, con il posacenere appoggiato sul largo bracciolo di pelle raggrinzita e mezza putrefatta. Stava fumando una sigaretta. Comprava solo MS di contrabbando: le vendevano già al porto sui banchetti di cartone e gli costavano la metà. Puzzavano da morire, come di pesce guasto. O anche di sterco. Se avevo la pancia piena mi facevano venire la nausea, se ce l'avevo vuota era come quando mio fratello mi dava una testata nello stomaco, ma un po' meno forte. Dalla faccia che faceva, non dovevano avere nemmeno un buon sapore. Sembrava schifato, più del solito. Non era come quando fumava la mia maestra. Lei usciva dall'aula e si fermava subito fuori dalla porta, nel corridoio. Prendeva dalla borsa una scatoletta di metallo luccicante e la apriva con uno scatto a molla. Poi con due dita estraeva la sigaretta, una di quelle lunghe e sottili, da donna, la teneva un po' così, tra le dita, mentre perdeva tempo a cercare l'accendino, con grande calma. Non era nemmeno come quando fumavano i miei zii, che intanto parlavano e muovevano le mani, e la sigaretta compiva una specie di danza. No, lui lo faceva a nervi testi, con lunghe tirate a intervalli molto brevi. Sembrava che avesse i secondi contati e, cascasse il mondo, doveva fumarla tutta, fino al filtro, non ne doveva sprecare neanche un po'. Guardava fisso il teleschermo, sulla faccia si alternavano varie tonalità di grigio, poi verde, bianco, aveva gli occhi offuscati e gialli da malarico. Se ne stava lì, un po' piegato in avanti a mormorare minacce. Aveva l'aspetto di un toro, di un uomo-toro, con il collo grosso e venoso, la testa squadrata, la mascella tesa, i capelli fitti tagliati corti alla militare, una lieve stempiatura. Poi era tutto un innervarsi di muscoli, che si intuivano anche sotto il pigiama, fino alle mani non grandi ma grosse. Mia madre le chiamava tenaglie stritolatrici.
Stretti sul lato opposto del divano, appiccicati come sardine sott'olio, erano seduti Lorenzo, Caterina e Ivo. Tra loro e mio padre c'era uno spazio vuoto e nessuno dei tre sembrava aver voglia di occupare quella terra di confine. Era come nei film, quando un muro invisibile blocca il passaggio e se ti avvicini troppo prendi una scarica elettrica e mortale. Lorenzo, dodici anni, il secondogenito, aveva una ridicola ombra di peli neri tra il naso e la bocca e la voce strana a volte stridula, altre bassa e profonda. Ogni tanto lo sentivo fare le prove, perché gli dava fastidio che a metà discorso le corde vocali prendessero una scivolata improvvisa come un disco che si incanta. Era il mio allenatore di lotta libera, ma il più delle volte gli allenamenti finivano con me che in lacrime tiravo pugni alla cieca e lui che incassava senza reagire pur di farmi calmare. Oltre alla lotta, Lorenzo conosceva un sacco di storie dimostri e di dei dell'Olimpo e spesso me le raccontava. Di fianco a lui c'era Caterina, dieci anni, quando muoveva la testa faceva ondeggiare i lunghi capelli castani legati a coda di cavallo. La sua ragione di vita erano i ragazzi, il canto e la danza. Partecipava a tutte le recita scolastiche e conosceva a memoria le canzoni e le coreografie di Heather Parisi. Il terzo era Ivo, nato a meno di un anno di distanza da Caterina. Era l'unico di noi a non essere mago scheletrico, aveva due belle guance grosse e i capelli arruffati. Di solito si nascondeva dietro le tende o sotto i tavoli e spaventava a morte le persone. Quando mia madre non c'era, si metteva  il suo rossetto e le scarpe con il tacco e giocava con le mie sorelle alle vicine di casa e a me toccava fare la parte della figlia, con ampi vestiti fatti con le lenzuola.

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