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lunedì 12 agosto 2013

Questione di Incipit #6

L’Incipit è l’arte di iniziare un libro talmente bene da costringere il lettore a proseguire la lettura!
Solitamente, l’Incipit è costituito dalla righe iniziali di un libro, diciamo pure la prima frase. Io, invece, ho deciso di andare un po’ oltre e riportarvi qui il primo capitolo di un libro.
Generalmente, se il primo capitolo è scritto bene, è una buona premessa perché il libro sia valido.

L'Incipit di questa settimana è tratto da un libro che ho appena terminato:

Come un petalo bianco d'estate

di

Leah Hager Cohen

come un petalo bianco d'estate

LO SCORSO ANNO

PROLOGO

Appena nato era vivo. Era già qualcosa.
E poi, incredibilmente, era un lui. Non che nessuno si aspettasse che non lo fosse, ma l'idea di un essere tanto elementare, tanto piccolo, ammantato di una complessa specificità di genere sembrava insensata, l'appellativo <<maschio>> era l'equivalente linguistico di un paio di baffi finti appiccicati sopra il suo labbro infantile.
Le sue labbra: un accenno di rosa, del rosa che orla il cielo del crepuscolo invernale. E la piega che prendevano, il labbro superiore si increspava e si rituffava a picco, due volte, come il cuore su un biglietto di San Valentino; e il labbro inferiore si protendeva, florido, voluttuoso, quasi fosse ormai sazio dei piaceri della vita. Ah, l'inverosimile espressività delle sue labbra...
Le sue mani, creature marine, si arricciavano e si distendevano, come percorse da uno scopo, da un intento. Cinque delle sue dita si erano chiuse attorno a un dito della madre e l'avevano stretto mentre lui dormiva. Di questo era capace.
Le unghie dei suoi piedi: scaglie di madreperla.
Le volute delle sue orecchie erano meravigliose circonvoluzioni degne di un disegno di Escher, precisa simmetria, i lobi piccoli come lacrime, soffici come pesche. L'oscurità del condotto uditivo: il portale di accesso alla parte di lui che non c'era, che non si era formata del tutto, che ne aveva decretato la fine.
La madre era stata indotta a credere che gli sarebbe mancata l'intera volta del cranio, il raccapricciante tessuto nervoso visibile attraverso una finestra membranosa. Aveva immaginato un uovo alla coque dentro un portauovo, il guscio asportato, il tuorlo luccicante in bella vista. Si era preparata all'idea di occhi sporgenti, naso schiacciato, orecchie accartocciate, palato leporino: le fattezze di un neonato anencefalico. Invece l'apertura nel cranio non era più grande di un dollaro d'argento ei suoi lineamenti erano bellissimi. All'inizio la madre aveva creduto, trionfante, che la diagnosi fosse erronea, che i medici, vedendo il suo bambino, sarebbero stati costretti a ridimensionarla a qualcosa di meno grave, pur sempre serio, forse, ma non letale.
Uscito dall'utero, era rimasto al mondo per cinquantasette ore – record con cui si era posizionato in una ristretta cerchia statistica, record che aveva suscitato nella madre un insensato orgoglio –, durante le quali lei gli aveva baciato ripetutamente le orecchie e il collo dei piedi e le dita dei piedi e i palmi delle mani e le nocche e le labbra, una vita di baci.
Non sopportava di non stringerlo tra le braccia. Le apparteneva, sua proprietà esclusiva, ed era una sensazione che non aveva provato alla nascita degli altri figli. Questo figlio era unito a lei da legami che nessuno conosceva. Come del resto lei, avendone celato il segreto negli ultimi quattro mesi, era unita a lui. Non avrebbe permesso che altri lo cullassero, nemmeno il padre, il quale l'aveva chiesto una sola volta e poi, con grande ma terribile galanteria, non aveva insistito.
Durante le ore in cui l'aveva tenuto fra le braccia, la madre non era riuscita a convincersi della fugacità della sua vita.
Il respiro, soprattutto, era la prova incontrovertibile del suo essere. Con solenne serenità, palpebre serrate, bocca rilassata, aveva inspirato ed espirato centinaia, migliaia di squisiti refoli d'aria, quantità che si sarebbe potuto misurare in scrupoli e dramme, e che sua madre immaginava colorate di delicate sfumature invisibili all'occhio umano. I suoi respiri erano la sola cosa che desiderava poter conservare. Nel suo stato, quasi lo credeva possibile (la questione, semmai, le sembrava trovare la giusta fiala in cui serbarli...Come si chiamavano, quelle fiale in cui si tenevano le lacrime? Lacrimatoi, sì; se solo ne avesse avuta una apposta per i respiri: uno spiratorio), e sebbene avesse resistito al sonno vero e proprio durante tutte quelle cinquantasette ore, nel letto d'ospedale aveva fatto un sogno fugace, o una fantasia medicinale – mentre assaporava la sensazione dei suoi respiri contati, inudibili, che ancora le lambivano la guancia –, in cui si era vista con una fialetta del genere appesa ad una catenina attorno al collo, un amuleto che avrebbe indossato per sempre.
Nella sua breve vita, lui era stato vestito di un camicino di cotone bianco chiuso sul fianco da un solo automatico nascosto, una copertina di flanella bianca e un berretto di cotone sempre bianco, infilato con delicatezza sopra l'apertura nella sua testa. Dei due cambi di pannolino, il secondo si era rivelato non necessario.
Sua madre, avendolo fra le braccia, si era resa conto di non volergli dare un nome, neanche quello che gli avevano scelto, Simon Isaac Ryrie, un nome che le era piaciuto ma che ormai avvertiva solo come una terribile sfilza di sillabe pungenti. Non che stesse cercando di non affezionarsi a lui, né che volesse privarlo di una benedizione, di un dono o di un segno, ma dopo averlo tenuto in braccio per lei era diventato ovvio che un nome era cosa troppo goffa e rozza e terrena per attribuirla a una creatura tanto luminosa e tanto ombrosa al tempo stesso.
Aveva cercato di spiegarlo al marito e anche all'infermiera e all'ostetrica e al neonatologo, e poi alla signora venuta a portarle i moduli da compilare e al medico interno con i begli occhi tristi e l'accento che le aveva fatto pensare alle paste all'anisetta e a bicchierini di caffè denso (si chiamava Abdulaziz, nome che le era rimasto impresso per il modo in cui il dottore baciava i piedi del suo bambino evanescente ogni volta che entrava), ma non sembrava in grado di proferire parole che rispecchiassero la perentorietà della sua convinzione; la sua voce incontrava impedimenti, tanto che la cosa più semplice da fare, nonché in definitiva la più appropriata, si rivelò optare per il silenzio e limitarsi a stringere il bambino al petto. Non poteva fare altro, e l'aveva fatto senza riserve. Alla fine era stato l'interno, il dottor Abdulaziz, a sciogliere la sua resistenza a dare un nome al bambino, pur senza intenzione e senza uno sforzo consapevole, senza nemmeno sapere di aver svolto tale ruolo. Eppure quando era passato a trovarla – a trovarli – per l'ultima volta (le aveva spiegato che sarebbe stata l'ultima volta, perché aveva finito il turno), aveva chiamato il bambino per nome a voce bassissima; le sillabe dal pesante accento sembravano drappeggiare il neonato in una veste finemente ricamata man mano che il medico pronunciava con cautela e senza la minima ostentazione, quasi fosse cosa privata non destinata ai genitori, a nessuno dei due, ma al bambino soltanto, il nome <<Simon Isaac>>, e ancora una volta si chinava a toccare con le labbra le piante dei piedini.
E così lei aveva lasciato che il marito scrivesse sui moduli il nome scelto insieme. Che importava? Vedeva il suo bambino per ciò che era davvero: puro spirito, gli arti pallidi come candele, gli occhi mai aperti, innocente di parole.

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