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lunedì 22 luglio 2013

Questione di Incipit #3

L’Incipit è l’arte di iniziare un libro talmente bene da costringere il lettore a proseguire la lettura!
Solitamente, l’Incipit è costituito dalla righe iniziali di un libro, diciamo pure la prima frase. Io, invece, ho deciso di andare un po’ oltre e riportarvi qui il primo capitolo di un libro.
Generalmente, se il primo capitolo è scritto bene, è una buona premessa perché il libro sia valido.
Questa settimana, vi riporto il primo capitolo del libro che sto leggendo:
Il giullare della regina
di
Philippa Gregory
il giullare della regina
CAPITOLO 1.
Estate 1548
La ragazza correva ridendo, in preda all'eccitazione, nel giardino illuminato dal sole. Sfuggiva al patrigno, ma non aveva tanto velocemente da impedirgli di raggiungerla. La matrigna, seduta sotto una pergola, circondata da rose Rosamund, vide la quattordicenne e il bell'uomo rincorrersi tra i grandi alberi sul morbido tappeto erboso e sorrise, decisa a vedere solo il meglio in entrambi: la ragazza che stava allevando e l'uomo che adorava da anni.
Lui le agguantò l'orlo dell'abito fluttuante e per un attimo la bloccò.
<<Penitenza!>> gridò, il volto scuro vicino alle sue guance arrossate.
Entrambi sapevano quale sarebbe stata la penitenza. Come argento vivo lei si liberò dalla presa e scappò verso il bordo opposto di una fontana con una larga vasca circolare. Nell'acqua nuotavano pigramente carpe dorate e il volto eccitato di Elisabetta si riflesse sulla superficie, mentre si inclinava in avanti per farsi beffe di lui. <<Non puoi prendermi!>> <<Certo che posso.>> Lei si chinò mettendo in vista i piccoli seni che spuntavano dalla scollatura quadrata dell'abito verde. Sentì i suoi occhi su di sé e il colore delle sue guance si fece più intenso.
Lui osservò, divertito ed eccitato, il rossore tingerle anche il collo.
<<Posso agguantarti quando voglio>>, aggiunse, pensando alla caccia sessuale che finisce a letto. <<E allora vieni!>> gridò lei, senza ben capire cosa stava sollecitando, sapendo però che desiderava sentire i suoi piedi pestare l'erba dietro di lei, percepire le sue mani tese per afferrarla e, più di ogni altra cosa, sentire le sue braccia attirarla contro il suo corpo, il ruvido ricamo del farsetto contro la guancia.
Lanciò un gridolino e si diresse lungo un vialetto che dal giardino Chelsea portava al pontile sul fiume. La regina, sorridendo, alzò gli occhi dal cucito e scorse l'amata figliastra correre tra gli alberi, il suo bel marito pochi passi dietro di lei. Rivolse l'attenzione al ricamo e non lo vide raggiungere da Elisabetta, farla roteare, rimetterla a terra contro la rossa corteccia del tasso e chiuderle la bocca con la mano. Gli occhi della ragazza fiammeggiarono per l'eccitazione, ma non lottò. Quando lui si rese conto che non avrebbe urlato, tolse la mano e chinò il capo. Elisabetta sentì il rapido movimento dei baffi contro le sue labbra, aspirò il forte aroma dei suoi capelli, della sua pelle, chiuse gli occhi e inclinò all'indietro la testa per offrire le labbra, il collo, i seni alla sua bocca. Quando sentì i suoi denti sfiorarle la pelle, non era più una bambina esuberante, ma una giovane donna nel fervore del primo desiderio.
Delicatamente lui allentò la presa alla vita, e la sua mano risalì la rigida pettorina fino alla scollatura dell'abito, dove avrebbe potuto raggiungere con un dito i seni. Il capezzolo era duro ed eretto e, quando lui lo sfregò, lei lanciò un mugolio di piacere che lo divertì e gli suscitò un riso soffocato in fondo alla gola per la prevedibilità del desiderio femminile. Elisabetta si strinse al suo corpo, la pressione delle cosce contro le sue gambe e arse dal desiderio di sapere a cosa ciò avrebbe portato. Quando lui tentò di scostarsi, come per darle la possibilità di allontanarsi, lei gli cinse la schiena con le braccia e lo strinse a sé. Percepì il sorriso di piacere di Tom Seymour, mentre riportava la bocca su quella della giovane e le leccava gli angoli delicatamente, con la sensualità di un gatto. Combattuta tra il disgusto e il desiderio che quella straordinaria sensazione provocava in lei, fece scivolare la lingua su quella del patrigno, scoprendo per la prima volta la sconvolgente intimità del bacio intrusivo di un uomo adulto.
All'improvviso, stravolta dalle sensazioni, si staccò da lui, che però conosceva il ritmo di quella danza da lei invocata con tanta superficialità e che ora le sarebbe pulsata nelle vene. Afferrò la gonna in broccato e la tirò su, su fino a prenderla, facendo scivolare la mano esperta lungo le cosce, sotto la sottoveste di lino. Istintivamente lei strinse le gambe, finché lui, con calcolata delicatezza, le sfiorò con il dorso della mano il sesso nascosto. Al tocco dispettoso delle sue nocche, lei si arrese e lui la sentì sciogliersi  sotto di sé. Sarebbe caduta, se non l'avesse tenuta stretta alla vita e in quel momento comprese che avrebbe potuto avere la figlia del re, la principessa Elisabetta, lì, contro un albero nel giardino della regina. La ragazza era una vergine solo di nome.
Un passo leggero sul sentiero lo fece girare di scatto: lasciò cadere l'abito di Elisabetta e si parò davanti al ei, per evitare che fosse vista. Chiunque avrebbe letto la disponibilità sul volto della ragazza, tanto era dischiuso al desiderio. Temette fosse la regina, sua moglie, il cui amore veniva offeso ogni qualvolta lui seduceva la sua pupilla sotto i suoi occhi. La regina, cui era stata affidata la cura della principessa, sua figliastra, la regina Caterina che, seduta accanto a Enrico VIII morente, aveva sognato quell'uomo.
Non era lei, ma una bambina di circa otto anni, con grandi e solenni occhi scuri e un copricapo bianco legato sotto il mento. In mano aveva due libri fermati con un nastro da libraio e lo fissava con interesse freddamente obiettivo come se avesse visto e capito ogni cosa.
<<Allora, dolcezza!>> esclamò lui in tono falsamente allegro. <<Mi hai spaventato, avrei potuto prenderti per una fata, per come sei apparsa all'improvviso.>> La ragazzina si accigliò a quelle parole pronunciate rapidamente e ad alta voce, ma poi replicò, lentamente e con forte accento spagnolo: <<Scusatemi, signore. Mio padre mi ha chiesto di portare questi libri a sir Thomas Seymour e mi hanno detto che vi avrei trovato in giardino>>. Mostrò il pacchetto dei libri e Seymour fu costretto a fare un passo avanti e a prenderlo dalle sue mani. <<Sei la figlia del libraio>>, osservò allegramente. <<Il libraio venuto dalla Spagna.>> Lei assentì con un cenno della testa, continuando a scrutarlo.
<<Che stai fissando, piccola?>> chiese Seymour, consapevole di Elisabetta che, alle sue spalle, si stava sistemando l'abito. <<Stavo guardando voi, signore, ma ho visto qualcosa di terribile.>> <<Cosa?>> Per un attimo temette che avrebbe detto di averlo visto con la principessa Elisabetta, appoggiata a un albero come una qualsiasi donnaccia, la gonna sollevata, le sue dita immerse nel suo sesso. <<Ho visto una forca dietro di voi>>, rispose la bambina, che si allontanò come se avesse portato a termine la sua mansione e per lei non ci fosse altro da fare nel giardino illuminato dal sole.
Toni Seymour si voltò verso Elisabetta che stava cercando di sistemarsi i capelli con dita ancora frementi di desiderio. La giovane allungò le braccia, desiderosa di ricevere altro.
<<Hai sentito cosa ha detto la bambina?>> chiese. Gli occhi di Elisabetta erano due fessure nere. <<No>>, rispose in tono mellifluo. <<Ha detto qualcosa?>> <<Solo che ha visto una forca alle mie spalle!>> Era più scosso di quanto avrebbe voluto rivelare. Rise, ma la sua risata vibrò di inquietudine.
Nel sentire parlare di forca, Elisabetta si fece di colpo attenta.
<<Perché?>> sbottò. <<Perché mai avrebbe dovuto dire una cosa simile?>> <<Dio solo lo sa. Stupida streghetta. Con ogni probabilità ha sbagliato termine, è straniera. Forse intendeva dire trono. Con ogni probabilità alle mie spalle ha visto il trono.>> Con Elisabetta quella battuta non ebbe più successo della sfuriata, poiché nella sua turbata immaginazione, il trono e il patibolo erano sempre molto vicini. Il suo viso assunse il colore livido della paura.
<<Chi è?>> chiese, la voce dura per l'agitazione. <<Per chi presta servizio?>> Lui si girò per cercare la bambina, ma il vialetto era vuoto. In fondo vide sua moglie avvicinarsi lentamente, la schiena inarcata per sostenere la curva gravida del ventre.
<<Non dire una sola parola>> ordinò alla ragazza al suo fianco. <<Non una sola parola. Non vorrai mettere in agitazione la tua matrigna.>> Non ebbe bisogno di avvertirla. Al primo accenno di pericolo, la giovane si fece guardinga, si lisciò il vestito, consapevole, sempre, di dovere interpretare una parte, per sopravvivere. Lui poteva fare affidamento sulla doppiezza di Elisabetta. Avrà anche avuto solo quattordici anni, ma era stata educata alla falsità fin dal giorno della morte di sua madre ed era stata un'apprendista dell'inganno per dodici lunghi anni.
Ed era la figlia di un bugiardo, anzi, di due bugiardi, pensò malignamente. Avrà anche provato passione, ma era sempre più attenta al pericolo o all'ambizione che alla libidine. Le prese la fredda mano e la guidò verso Caterina. Tentò di sorridere allegramente. <<Alla fine l'ho presa!>> gridò. Si guardò in giro, senza più vedere la bambina. <<E' stata una bella gara!>> esclamò.
Ero io quella bambina e quella fu la prima volta che vidi la principessa Elisabetta, madida di desiderio, ansimante, strusciarsi come una gatta contro il marito di un'altra donna. Fu anche la prima e l'ultima volta che vidi Tom Seymour. Entro un anno sarebbe morto sul patibolo, accusato di tradimento, ed Elisabetta avrebbe negato per tre volte di avere avuto con lui qualcosa di più dei normali rapporti di conoscenza.








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